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A distanza di un paio di anni dall'uscita (semiclandestina in Italia) del sottovalutato "Keep Cool", il più famoso regista cinese contemporaneo, Zhang Yimou, torna ad interrogarsi sulle tumultuose trasformazioni in atto nel suo paese, travolto dall'euforia capitalistica, dall'ansia consumistica, dalla ricerca del danaro a tutti i costi. E lo fa con una storia semplice, premiata con il Leone d'oro a Venezia '99, raccontata secondo i principi più rigorosi del "neorealismo" cinematografico: il maestro Gao che parte per andare a trovare la mamma ammalata è il vero maestro Gao, la ragazzina che il sindaco del villaggio (un autentico sindaco campagnolo) sceglie per fare da supplente si chiama veramente Wei Minzhi ed è una studentessa tredicenne come il suo personaggio, così come è un alunno delle elementari il piccolo Zhang Huike, che scappa per andare in città a cercare di guadagnare i soldi necessari per pagare un debito contratto dalla sua poverissima famiglia. Le atmosfere sofisticate e lo stile metaforico di "Lanterne rosse", il capolavoro di Zhang Yimou, lasciano spazio in "Non uno di meno" a una freschezza narrativa e ad un'ingenuità interpretativa che non possono che evocare il cinema realizzato in Italia nell'immediato dopoguerra, con le sue storie di bambini ("Germania Anno Zero", "Sciuscià", "La valigia dei sogni") e di illusioni andate in frantumi. Il meccanismo della narrazione è, molto semplicemente, strutturato intorno ad una dicotomìa tra la vita rurale e quella urbana della Cina del Duemila. Da un lato, la povertà, l'ignoranza, l'isolamento (ma attenzione: anche la ragazzina tredicenne è mossa da un intento economico nel suo tentativo di evitare la dispersione del gruppo-classe affidatole); dall'altro, la frenesia e il cinismo di stampo occidentale (ma, anche in questo caso, con le dovute eccezioni, considerato che la gente di città sfama il bambino e lo accoglie con simpatia). Insomma, Zhang Yimou evita di scadere in un manicheismo troppo rigido, mosso probabilmente da un intento edificante e conciliatorio, dopo anni di contrasto aspro con le autorità del suo paese, sempre vigili nel frenarne gli eccessi polemici. E così se i burocrati di Pechino dovettero "ingoiare" con sforzi immani il rospo della durissima metafora politica sull'oppressione del popolo cinese in "Lanterne rosse", nulla (o quasi) hanno potuto ribattere contro un film che assume la Coca Cola e la Televisione a simbolo della nuova frontiera dell'immaginario cinese.
Giuseppe Borrone
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