A Lincoln, piccolo centro del Nebraska, il ventunenne Brandon Teena vive una fase di grande confusione interiore. Deciso ad allontanarsi per poter partire da zero dove nessuno lo conosce, arriva a Falls City, un centinaio di chilometri lontano, dove incontra Lana e viene accolto a casa di lei: ci sono la mamma di lei e John e Tom, due balordi che hanno passato alcuni periodi in carcere. Brandon e Lana stringono un forte legame, destinato ad alimentare una crescente spirale di violenza.

Regia: Kimberly Peirce
Origine: USA, 1999
Genere: Drammatico
Durata: 1 h 54'
Interpreti: Hilary Swank, Cloe Sevigny, Peter Sarsgaard

Kimberly Peirce ha conseguito una Laurea in Letteratura inglese e giapponese alla University of Chicago e una specializzazione post-laurea in cinematografia alla Columbia University. La sceneggiatura di "Boys don't cry", ispirata dalla storia vera di Brandon Teena, è stata la sua tesi di laurea. Un suo cortometraggio sperimentale in 16 mm, "The Last Good Breath", è stato presentato al Festival del Cinema di Locarno nel 1994. Ha inoltre montato il cartone animato "Anastasia and the Queen" di Shawn Atkins e ha lavorato come assistente al montaggio per il corto

Perdita della identità. Identità culturale, familiare, personale e, in questo film, sessuale. Boys don't cry (I ragazzi non piangono) attraverso un episodio realmente accaduto, evidenzia come in uno specchio, il disagio della società, ad evidenziare la propria identità, finanche quella basica della sessualità.
Mentre nell'occidente tormentosamente vanno avanti il tema della globalizzazione, della integrazione tra religioni, culture ed etnie diverse, la mancanza dei blocchi (est - ovest) finiti con il sorgere dell'ultimo decennio del secolo trascorso, l'inevitabile crisi delle grandi ideologie che erano il motore di quei due blocchi, il ritorno al privato in un mondo che guarda sempre più all'intero globo, ci hanno fatto scivolare nella scomoda posizione di stabilire i nuovi equilibri della nostra vita.
Brandon Teena non vuole essere un maschio, ella lo è nello stesso momento in cui ha dato una risposta al suo essere, al suo sentire. Tanto che nel film non vediamo quasi mai Teena (Hilary Swank, premio Oscar migliore attrice protagonista per questo film) nelle vesti di donna, anzi la/lo percepiamo con difficoltà, quale donna. La domanda che viene da porsi e che sarebbe ottimo argomento di dibattito è se dopo di tutto, l'essere ha una identità sessuale e quindi un destino segnato dalla nascita o, altrimenti, esso è pur sempre frutto di scelte e d'esperienze.
Insomma se i nostri abiti, le nostre movenze, il nostro modo di esprimerci e di esprimere la nostra sessualità non costituisca la gabbia di enigmi e frustrazioni indotti da motivi socio-economici, politici prima ancora che religiosi, gabbia da cui urla la nostra anima.
Sull'enigma della nostra esistenza valga la sequenza in cui Teena sfugge alla polizia, imboccando una strada sterrata buia, nebbiosa e polverosa correndo a fari spenti, correndo con emozione e paura. Un film sul nostro limite di essere donne, di essere maschi.

Nicola Guarino

  • Le vere tragedie non hanno razza, colore o sesso…

  • I ragazzi non piangono. Noi si invece!!!

  • Ma il microfono aveva un significato freudiano?

  • Incomprensioni, bisesso, droga e rock'n roll. Il nuovo cocktail vincente!

  • Ma perché vediamo questi film? Per una forma di masochismo?

  • Quanto più è difficile essere se stessi, tanto più è difficile essere accettati.

  • Violento da star male.

  • A volte è difficile, ma è bene accettare la propria sessualità anche se può far male alle persone vicine.

  • Il sangue sembrava scorrere più del whisky.

...E figurati se zio Oliver si perdeva l'occasione di affondare gli (oramai spuntatelli) dentoni nella fragrante pagnotta dello sport americano per definizione: sua maestà il Football. Metafora paradigmatica dell'american way of life, crogiuolo di simbologie fisiche e non, sfrigolìo emozionale sulle yards e fuori gli stadi, sogno e feticcio interclassista pret-à-porter, catartica scaramuccia settimanale melting pot, assolutamente stelle e strisce, la palla ovale vola domenicalmente dall'Atlantico al Pacifico disegnando parabole ed iperboli, inossidabile ed insostituibile. In football they trust, una favoletta per uomini piccoli piccoli sul cucuzzolo di una montagna di dollari, muscoli-sudore-e-sangue, vestiti griffati, vortice spettacolare di corpi ed illusioni. Lo aspettavamo, Mr Stone, e puntuale eccolo qui. Certo il materiale del contendere è parva res rispetto alla saga presidenziale ed all'epos vietnamita, ma le ganasce del nostro sono ammosciatelle anziché no ed in luogo dei pirotecnici fragori trascorsi voilà un rumoroso ruminìo banalotto con finale per anime pie quasi a sorpresa. Splendido Al Pacino, finalmente credibile la Diaz, fantastica la tecnica di ripresa in puro stile Stone ma l'annaspare dell'affabulazione affoga nel gorgo di luoghi, persone e colonna sonora concentrati in una mistura esplosiva. Come dire: gli ingredienti c'erano tutti ma la mayonnaise è impazzita. Peccato.
Fred Flintstone

P.S. - Mister Zeman, sembra che l'allenatore in seconda degli Squali sia libero. Ci facciamo un pensierino?

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