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Uscito in sordina la primavera scorsa, il nuovo film di un regista delicato, sensibile, intelligente, ma sicuramente poco abituato alle grandi ribalte, si è in breve tempo trasformato nel maggior successo italiano dell'anno. File ai botteghini, svariati David di Donatello, l'imminente candidatura a rappresentare l'Italia nella corsa agli Oscar. Ma questo, da un certo punto di vista, importa poco. Ciò che vale è il resoconto degli spettatori fulminati dalla grazia e dalla poeticità di «Pane e tulipani», messi di fronte, dopo scarse due ore di visione, alla consapevolezza che forse un'altra vita esiste. Perché di questo si tratta. Abituati come siamo ad accontentarci del «pane» quotidiano - buono, rassicurante, monotono - non ci accorgiamo nemmeno della bellezza che scorre altrove, forse nemmeno tanto lontano; del calore, della fantasia, della joie de vivre dei «tulipani». I simbolismi e i dualismi abbondano nella «favola» di Soldini. Il marito rozzo, volgare, fedifrago, e il cameriere islandese poetico, gentile, rigoroso; la velocità e la voracità dei nuovi arricchiti (vedi le scene del prologo, con i turisti mordi-e-fuggi) e l'elogio della lentezza srotolato dal fioraio anarchico («Le cose belle si fanno con lentezza»); il grigiore e lo squallore di Pescara (almeno così sembra, ma non ci sono mai stato di persona…, n.d.r.) e il fascino sempiterno di Venezia. Se da un lato Soldini ritorna sui temi a lui cari del viaggio («Le acrobate»), del confronto con altre culture («Un'anima divisa in due»), dello spaesamento morale («L'aria serena dell'Ovest»), dall'altro rinverdisce il suo stile affidandosi ad un insolito registro espressivo bizzarro, ironico, sardonico. In più, forse senza volerlo, dirige un film pienamente europeo, ospitando la leggerezza e il soffio minimale delle storie alla Rohmer, il disincanto e l'umorismo del finlandese Kaurismaki, il black humour della tradizione cinematografica inglese. Girano a meraviglia anche gli attori. Dall'intensa Licia Maglietta, protagonista anche della precedente opera di Soldini nonché «aficionadas» del gruppo di Teatri Uniti, allo strepitoso Bruno Ganz, che offre le scene più esilaranti del film con il suo italiano improbabile (vedi la scena della vecchia pistola). E sono di primissimo piano i cosiddetti comprimari: un'autentica rivelazione Giuseppe Battiston (nel ruolo di un improvvisato detective), la conferma di Marina Massironi anche senza le spalle coperte dal trio Aldo, Giovanni e Giacomo, la volgarità scolpita sul volto di Antonio Catania, il prezioso cammeo di Felice Andreasi. Insomma un gran bel film, capace di raccontare l'incontro di due solitudini soffocate dalla contemporaneità con la leggerezza dell'aria e la freschezza della poesia.
Giuseppe Borrone
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