Alpi bavaresi, primavera dell'anno 1942. In un castello isolato in cima ad una collina avvolta nelle nebbie Eva Braun accoglie alcuni ospiti importanti: il "suo" Adolf Hitler, il consigliere Martin Bormann, Joseph Goebbels e sua moglie Magda. Tra pranzi, schermaglie amorose tra i due amanti, conversazioni, ha inizio una rappresentazione dove vengono fuori le angosce del dittatore, la sua incapacità di amare e la sua paura di morire.

Regia: Aleksandr Sokurov
Origine: Russia / Germania / Italia, 1999
Genere: Drammatico
Durata: 1 h 42'
Interpreti: Leonid Mosgovoi, Elena Rufanova, Vladimir Bogdanov

Aleksandr Sokurov è nato nel 1951 in un piccolo villaggio siberiano nei pressi del lago Baykal. Figlio di un militare è cresciuto in Polonia e Turchia. Nel 1968 inizia a studiare Storia all'Università di Gorkye e allo stesso tempo lavora come assistente alla regia per una televisione locale. Dopo la laurea ha studiato regia presso la Scuola Cinematografica di Mosca. Vittima delle censura da parte delle autorità sovietiche fino al 1986, fu aiutato dal regista Andrey Tarkovsky, il quale, in esilio, creò un fondo a suo favore per consentirgli di continuare a lavorare. Ha rea

A un anno esatto dalla presentazione a Cannes, esce Moloch di Aleksandr Sokurov nell'edizione italiana curata da Carlo Di Carlo. È uno strano, affascinante, sconcertante film che comunica un senso di spaesamento e insieme di familiarità. Chissà perché, riconosci subito nella donna che cammina per le sale di un castello bardato a croci uncinate, Eva Braun, amante di Hitler e compagna dei suoi ultimi giorni. Siamo a Berchtesgaden, dove il fürer arriva con i suoi gerarchi per passare una domenica in montagna. Concentrata nel tempo e nello spazio (l'origine del film è un dramma per le scene, lo interpretano gli attori del Teatro di San Pietroburgo), l'azione alterna i pranzi collettivi, durante i quali nessuno dei commensali osa contraddire Hitler, e la camera da letto dove Sokurov ci invita a condividere l'intimità di Adolf e Eva. È qui che vengono fuori le angosce del dittatore, la sua incapacità di amare e la sua paura di morire.
Ma a Sokurov, per fortuna, non interessa tanto scoprire l'uomo dietro il tiranno sanguinario, quanto mettere in scena una cerimonia macabra, un teatro delle ombre dall'estetica livida e funeraria. Il grande cineasta russo (di cui finora in Italia era uscito soltanto "Madre e figlio") elabora le immagini seguendo una cifra caliginosa, prende le distanze (anche nel senso della scelta delle obiettivi) dai personaggi senza mai lasciarsi andare alla tentazione di umanizzarli. Il suo talento pittorico si associa, questa volta, a un partito preso sperimentale in più: un punto di vista che fa sentire lo spettatore un osservatore nascosto, entrato di soppiatto nelle sale del castello e che guarda dallo spiraglio di una porta. Esperienza che lascia una memoria una traccia assieme vaga e forte, sedimentata e volatile.

Roberto Nepoti
(da «la Repubblica»)



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