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A un anno esatto dalla presentazione a Cannes, esce Moloch di Aleksandr Sokurov nell'edizione italiana curata da Carlo Di Carlo. È uno strano, affascinante, sconcertante film che comunica un senso di spaesamento e insieme di familiarità. Chissà perché, riconosci subito nella donna che cammina per le sale di un castello bardato a croci uncinate, Eva Braun, amante di Hitler e compagna dei suoi ultimi giorni. Siamo a Berchtesgaden, dove il fürer arriva con i suoi gerarchi per passare una domenica in montagna. Concentrata nel tempo e nello spazio (l'origine del film è un dramma per le scene, lo interpretano gli attori del Teatro di San Pietroburgo), l'azione alterna i pranzi collettivi, durante i quali nessuno dei commensali osa contraddire Hitler, e la camera da letto dove Sokurov ci invita a condividere l'intimità di Adolf e Eva. È qui che vengono fuori le angosce del dittatore, la sua incapacità di amare e la sua paura di morire. Ma a Sokurov, per fortuna, non interessa tanto scoprire l'uomo dietro il tiranno sanguinario, quanto mettere in scena una cerimonia macabra, un teatro delle ombre dall'estetica livida e funeraria. Il grande cineasta russo (di cui finora in Italia era uscito soltanto "Madre e figlio") elabora le immagini seguendo una cifra caliginosa, prende le distanze (anche nel senso della scelta delle obiettivi) dai personaggi senza mai lasciarsi andare alla tentazione di umanizzarli. Il suo talento pittorico si associa, questa volta, a un partito preso sperimentale in più: un punto di vista che fa sentire lo spettatore un osservatore nascosto, entrato di soppiatto nelle sale del castello e che guarda dallo spiraglio di una porta. Esperienza che lascia una memoria una traccia assieme vaga e forte, sedimentata e volatile.
Roberto Nepoti (da «la Repubblica»)
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